L’irrinunciabile grettezza dell’essere — Ovvero la lezione del Pantalone 2

Un’estate a dir poco calda e imprevedibile, quest’estate veneziana. Sembra quasi che questo clima atipico sia rimasto indifferente al vortice di novità che negli ultimi mesi ha reso la laguna (ancora più del solito) una vera e propria protagonista mediatica.
Giornate intense si sono succedute tra spaventose tempeste di grandine e l’immancabile canicola estiva. Basti pensare allo scandaloso incidente della Costa Deliziosa del 7 luglio o ai risultati del rapporto dell’UNESCO che esclude Venezia della lista delle città a rischio. Per non parlare dell’abusivismo relativo al fenomeno boat&breakfast, o ancora, dell’aspra diatriba tra il sindaco Luigi Brugnaro e il Ministro dei trasporti Danilo Toninelli.
  Questi avvenimenti hanno avuto una portata talmente drammatica che, inevitabilmente,  altre notizie sono passate in secondo piano. Tra queste potremmo citare lo spettacolo di luci in Piazza San Marco, la proiezione speciale del nuovo Spiderman o, perché no, le ultime affermazioni del governatore Luca Zaia rispetto la presenza necessaria delle Grandi Navi in laguna.
Ebbene, in questo calderone di temperature africane, grandine e notizie, ci siamo soffermati a riflettere sul significato di un concetto fin troppo evocato nel tumulto dell’attualità veneziana: ovvero, quello dell’irrinunciabilità, o meglio, della necessità .
Concetto enormemente evocato quando si tratta della questione veneziana ma, specialmente, quando si tratta di Grandi Navi.
Il rifiuto di questi mostri marini ha difatti assunto negli ultimi anni una forte connotazione simbolica nella lotta per la presentazione di Venezia e della laguna.
La protesta contro le Grandi Navi dello scorso 9 luglio è stata simbolo di un forte impegno apolitico e avulso da ogni partitismo. Un simbolo di resistenza cittadina composta da coloro che si impegnano a restituire all’intera laguna la sua dignità. Una dignità che noi tutti sappiamo essere irrinunciabile e necessaria.
Eppure, dall’altra parte c’è chi prova la necessità di lasciare circolare questi giganti nella laguna dato che togliere le Grandi Navi significherebbe perdere gli irrinunciabili indotti dell’attività crocieristica.
Ancora una volta la cronaca fa saltare agli occhi quello che è ormai l’ordinario paradosso del microcosmo veneziano. Un paradosso che vede allinearsi sullo stesso asse semantico – quello, appunto, dell’irrinunciabilità e della necessità, – due concetti ben distanti: da una parte gli indotti economici e dall’altra la salvaguardia della città e della laguna.
Si direbbe proprio che ci si trovi davanti ad una coincidenza linguistica contraddittoria. Per molti è irrinunciabile impedire la distruzione di un ecosistema umano e ambientale già fragile, per pochi è irrinunciabile un ulteriore introito economico a discapito dell’ecosistema stesso.
Ma in queste velleità di irrinunciabile arricchimento si potrebbe scorgere un’altra coincidenza, tutta veneziana.
C’era chi, un tempo, ricoperto da una lunga zimarra nera, mai avrebbe saputo rinunciare al guadagno; anzi, cupidigia e avidità erano proprio le qualità che lo contraddistinguevano –  accompagnate, immancabilmente, da una gobba molto pronunciata. Lo avrete capito, stiamo parlando di Pantalone, una delle maschere più celebri e longeve della Commedia dell’Arte.
Questo personaggio cinquecentesco era la caricatura del vecchio mercante: burbero, vizioso, individualista ma soprattutto avido. Una figura torva e grossolana che in scena stava curva a forza di contare i ducati d’oro. Ma si sa: nella Commedia dell’Arte, ad un signore corrisponde sempre un servo. Ed ecco che lo scaltro Arlecchino, in un modo o nell’altro, riusciva sempre farsi beffa del vecchio padrone, rendendolo ridicolo agli occhi un pubblico divertito.
A Venezia, un tempo, si rideva dell’avidità. Oggi, è passata dall’essere fonte d’ilarità a motivo d’indignazione cittadina. Ma dal teatro, in fondo, si può sempre trarre una lezione e ripartire. Un altro drammaturgo dirà « strana l’arte della nostra necessità, che può render preziose le cose vili».
Era il Re Lear di Shakespeare ad affermarlo, e lo ribadiamo anche noi oggi a voce alta. Così, nell’afrore impassibile di quest’anomala estate, vogliamo ridefinire il nostro concetto d’irrinunciabilità e soprattutto vogliamo che Pantalone si limiti a restare una maschera, tanto spassosa quanto fittizia.

Anna Mistrorigo

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